C’ERA UN GRANDE CIRCO MAGICO
articolo pubblicato su Juggling Magazine, n. 58, marzo 2013
Non molti tra i lettori avranno conosciuto il lavoro di Jerome Savary, regista, attore, autore, musicista e capocomico scomparso il 5 marzo a 70 anni. Ma è probabile che, come nelle complesse infinite combinazioni della storia, senza di lui e il suo lavoro forse i mestieri di cui ci occupiamo e su cui riflettiamo non esisterebbero, almeno così come sono. Tralasciando la carriera teatrale di Savary (circa duecento regie di prosa e lirica in tutto il mondo), qui è l’epoca dei suoi esordi che ci può essere utile ricordare: quegli anni ’70 francesi in cui amiamo mitizzare, ormai con spirito quasi biblico, una serie di fenomeni: le radici del circo contemporaneo, delle scuole di circo, del teatro urbano e della tensione tra artista non convenzionale e città. Bene, si può dire che queste tre o quattro cose Jerome Savary le abbia in qualche modo inventate.
«Valore culturale: termine razzista secondo cui certi artisti vanno protetti poiché meriterebbero più di altri.»
Si rifletteva, sullo scorso numero, sul panorama delle arti urbane e della sua complessità. Quando, all’alba degli anni ’70, Savary e la sue troupe scendevano in strada a recitare, suonare, sputare fuoco e travestirsi, l’unico rapporto con l’istituzione era con le cariche della polizia. Savary giunse allo spettacolo per caso attraverso un percorso paradossale, formatosi tra gli ultimi surrealisti e il primo Jodorowsky, dopo un’adolescenza disparata, al fianco di Kerouac e Monk. Come dire: per generare una visione più che i “progetti” contano le influenze, le accumulazioni, gli incroci. Insomma, il percorso.
«L’improvvisazione sta all’attore come il jazz al musicista; è la pratica indispensabile che apre all’artista le porte della libertà.»
Oggi la nostra voglia di catalogare, strutturare, legittimare, si scontra con la lezione dimenticata di un’epoca in cui dietro la genesi del “teatro di strada” o del “nuovo circo” l’unica spinta era la generosità del legame con la gente, unita alla voglia di imparare e mischiare più cose, senza porsi impegni di “contaminazione”. Il teatro urbano di Savary, che nei primi anni ’70 prenderà il nome di “Grand Magic Circus” (il primo caso celebre della parola circo oltre gli ambiti della tradizione), si esprimeva apertissimo a tutto, senza scelte di campo: dall’animazione per l’infanzia alla protesta politica, all’inaugurazione commerciale, all’evento istituzionale.
«Da giovane sono stato considerato artista d’avanguardia, mentre non facevo che riprendere tecniche antiche, come quelle della commedia dell’arte. Non amo la parola avanguardia né quelli che vi si legano.»
Tutto andava bene purché riportasse lo spettacolo alla dimensione primaria della festa: i salti mortali, le paillettes, le trombe e i tamburi, i coriandoli, i petardi, i monologhi d’attore, il cerone del clown, le giacche di paillettes, le danze latine e non, e tanti culi e tette al vento mentre nasceva il dibattito sulla pornografia. Tra l’altro, la compagnia di Savary fu la prima a diffondere gli atti di protesta “nudisti”, ereditati oggi ad esempio dal gruppo Femen. Da New York, a Londra, da Parigi a Roma la troupe di Savary riportava la gioia primordiale, infantile, animalesca dell’atto teatrale, musicale e circense, raccogliendo e ispirando i più disparati allievi allora anonimi: da David Bowie a Terry Gilliam, da Lindsay Kemp a Maurizio Nichetti. Le sovvenzioni? Pressoché in natura: un ammiratore come John Lennon poteva regalare una fonica usata. Inoltre fu nel “Magic Circus” che apparve per la prima volta l’emergenza moderna della “scuola di circo”: il bisogno di scoprire i segreti dell’acrobazia per arrivare meglio al cuore della gente. L’unico posto dove impararli è il retro del Cirque d’Hiver, al mattino, con i vecchi circensi. Solo qualche anno dopo la palla passerà ad Annie Fratellini e tutto il resto.
«Oggi l’80 per cento di quelli che scelgono questo mestiere lo fanno dopo le scuole superiori. Niente tempo di imparare la musica, la danza o la dizione. Ci si butta con la presunzione come unica arma.»
Gli spettacoli del Magic Circus erano infantili nell’immediatezza quanto di un’estrema complessità per la ricchezza bulimica di contenuti e tecniche: con titoli come “Da Mosé a Mao”, “Zartan, il fratello sfortunato di Tarzan”, “Gli ultimi giorni di Robinson Crusoe”, si spaziava in tutte le declinazioni dell’Eden o dell’esotismo come dimensioni primarie dell’umanità, attraverso, jazz, strip tease, acrobatica, illusionismo, rivista, gag da fumetto, clown e naturalmente il coinvolgimento del pubblico.
«Oggi ci vogliono da sei a otto settimane per una creazione. Shakespeare impiegava dodici giorni per fare lo stesso lavoro.»
Dalla strada, Savary è il primo anche nel passare allo chapiteau, quasi a voler mantenere un rapporto effimero con la città; mentre crescono i fans: tra una bevuta con Che Guevara e le visite di Fellini che torna quattro volte di fila. Finita la spinta degli anni ’70, arriva l’era dell’istituzione. Da una parte, il Magic Circus si dissolve, e Savary diventa un geniale regista a capo di grandi enti lirici o di prosa, portandovi dentro quello spirito circense (in ogni suo spettacolo ci sarà sempre per capriccio un bambino o un animale). Dall’altra, su quella spinta, il “teatro di strada” nasce come genere, iniziando a reclamare legittimità, così come le scuole di circo. Intanto l’estetica del Magic Circus si riconoscerà con chiarezza in molte troupe dei primi anni ’80 (dal Circo Roncalli in Germania, al Cirque du Soleil in Canada).
«La “creazione collettiva” è una gran presa in giro. Rare sono quelle che riescono senza un capitano.»
Dagli anni ’80 in poi Savary, salutando la strada e il tendone per portare la spontaneità della festa nel teatro ufficiale, lascia alle sue spalle una specie di percorso inverso. Gli artisti di strada e di circo che iniziano a emergere, lastricano il loro percorso di “contemporaneo”, “urbanismo”, “scrittura gestuale”, “percorso di formazione”, “residenza”. Scompaiono i colori, i coriandoli, lo swing, il cerone, la gioia. Di nudo restano solo i piedi di acrobati in pigiami sbiaditi che si tormentano tra cacofonie e penombre. L’utopia di circus é meno grand e meno magic. Un vago ricordo carnevalesco di quell’epoca rimane in qualcuno dei primi collage industriali del Cirque du Soleil.
«In Francia, invece di praticare, si teorizza formando così generazioni di intellettuali che rifanno il mondo invece di bagnarsi la camicia in scena.»
Una lezione di Savary? La più grande, forse, quella di lavorare seriamente senza prendersi sul serio. Con la capacità di contrapporre alle proteste degli “intermittents du spectacle” la dignità di una generazione di signori della scena, estremi, popolari e festosi (la stessa di Bartabas, Jean Baptiste Thierrée, Ariane Mnouckhine), forse poi divenuti baroni delle istituzioni, ma testimoni di un’epoca in cui ci si aspettava più dal pubblico che dallo Stato. Le citazioni sono di Jerome Savary, tratte da varie interviste e scritti dal 2000 a oggi. Raffaele De Ritis è stato allievo e assistente di Jerome Savary.