
CENTRI DI PRODUZIONE? - L’invenzione più antica della storia del circo
articolo pubblicato su Juggling Magazine, n. 96, settembre 2022
Se l'idea di “centro di produzione” può avere un antenato, forse l'idea è proprio legata al primo uso della parola “circo” della storia moderna nel 1782, a Londra, pochi anni dopo l'atto pionieristico di Philip Astley. Charles Dibdin, compositore di canzoni, e Charles Hughes, acrobata cavallerizzo (il primo allievo di Astley) in quell'anno si associarono per creare un centro stabile chiamato “Royal Circus - Accademia Equestre e Filarmonica”. Il progetto comprendeva una compagnia, un'orchestra, una scuola di danza e una di circo; corsi ludici per l'infanzia, una programmazione multidisciplinare di creazioni proprie e di ospitalità, e ovviamente produzioni di teatro-circo, curate da drammaturghi, registi, coreografi e compositori. Si, circa duecentocinquanta anni fa. Ricorda qualcosa? Pur non essendovi alcun “decreto ministeriale” che imponesse “la disponibilità di un tendone e di un teatro”, la platea del Royal Circus avvolgeva uno spazio in cui una pista di circo era affiancata da un palcoscenico, per ovviare ai vari formati. E fu con questa intuizione che il fondatore del circo moderno, Philip Astley (la cui prima invenzione si era chiamata “Amphitheatre of Arts”) sarà spiazzato, facendo entrare la parola “circo” nella storia dello spettacolo dal vivo. Un altro dettaglio importante: l'iniziativa nacque privatamente, senza contributi pubblici. re lo sguardo sulle tante dinamiche legate al tema della “Produzione”, pubblichiamo anche una testimonianza di Cordata FOR sulla loro singolare iniziativa e una di Filippo Malerba sulla sua visione ed esperienza come Direttor* di Produzione.
Partiamo però subito da una precisazione di Giacomo Costantini, direttore artistico di SIC, uno dei quattro centri di Produzione di Circo riconosciuti dal MIC. “Il nome del nuovo articolo ministeriale 31-bis “Centro di Produzione di Circo” può trarre in inganno. Il Ministero con il nuovo articolo riconosce gli organismi dotati di un teatro e di uno chapiteau, capaci di effettuare almeno 120 rappresentazioni di proprie produzioni e di ospitarne minimo 30. Nel nuovo articolo non c’è alcun riferimento specifico a co-produzioni, residenze, sostegni alla creazione, scambi internazionali, etc.
Ci tengo a mettere in chiaro ciò, perché ho l’impressione che si stia facendo confusione, soprattutto tra quegli artisti che sono stati in contatto con centri di creazione esteri. I nuovi “centri di produzione di circo” non hanno il compito - e, per certi aspetti, la possibilità - di intervenire in quella desolata terra di mezzo tra la fine del percorso di formazione e la creazione di uno spettacolo. Vanno invece a colmare un altro vuoto importante, nell’ambito della produzione di nuove opere e della circuitazione, fornendo nuovi strumenti ad organismi professionali e già abbastanza strutturati da poter soddisfare dei minimi di requisito impegnativi.”
Per un modello di iniziativa istituzionale bisognerà aspettare dopo il 1920, con il sistema del circo Sovietico che tra gli anni '50 e '80 giungerà a perfezionare l'idea moderna degli “studi di creazione”: radice assoluta di metodo del “circo contemporaneo”. Negli anni '90 le più grandi imprese del circo industriale (Ringling Bros., Cirque du Soleil, Big Apple Circus), investono in propri centri di produzione come metodo creativo, e con risorse quasi sempre private.
Oggi in Italia l'occasione è data da un modello un po' frettoloso venuto, più che dalle pulsioni degli artisti, dall'alto dei palazzi; il dispositivo non sembra articolare realmente una progettualità di politica culturale, fermandosi ai criteri per l'elargizione di risorse. Da una parte un'opportunità; dall'altra un ulteriore spostamento di prospettiva e di energie dal mondo della creazione a quello dell'amministrazione, e nuovi sostantivi importanti per continuare la pericolosa trasformazione da saltimbanchi a burocrati. Quanto fa bene che un'occasione venga da una volontà istituzionale e non da un'urgenza artistica? In che misura i parametri imposti corrispondono alle necessità effettive e ai pubblici di riferimento? Nell'istituire questi “centri di produzione”, sono stati compiuti studi, analizzati vuoti e bisogni?
Ora comunque esistono. Sicuramente, da una parte istituzionalizzano e confortano il lungo percorso di alcune realtà virtuose. Dall'altra aprono a nuove occasioni e soggetti, dove la vocazione e il pedigree circensi saranno da scoprire. Quello che sicuramente è mancato è un accompagnamento del settore, in particolare verso le imprese di tradizione: forse quelle che oggi hanno più bisogno di strumenti per sopravvivere al presente. Speriamo almeno che, ai beneficiari, il nuovo strumento della collezione ministeriale prét à porter non vada troppo stretto, non corroda belle identità.