250 ANNI DI CIRCO CONTEMPORANEO
articolo pubblicato su Juggling Magazine, n. 81, dicembre 2018
“Ogni innovazione, nel giorno in cui nasce, é destinata a diventare tradizione”. Jean Luc Godard
L’arte circense si é codificata nella prima metà dell’800: con il nome “circo”, la pista rotonda e suoi luoghi. Questo processo partirebbe dal 1768: ovvero quando a Londra l’ex sergente Philip Astley inizia a sintetizzare le dimostrazioni di abilità a cavallo in una forma adatta al mercato teatrale. La sua visione e tenacia creano una spirale di invenzioni, provocazioni, tensioni, con allievi e rivali che definiscono il genere nel mondo. Da quell’energia creativa, l’idea del circo, inizialmente tracciata per il cavallo, resta oggi un sistema artistico perfetto.
Il percorso evolutivo di Astley, molti decenni attraverso forme ibride e bizzarre, é un modello di forte avanguardia artistica, vicina alle nostre logiche di “contemporaneità”. Dai documenti rimasti (contratti, licenze, ritagli di giornale) si scopre che egli seppe spezzare la logica teatrale del tempo. Fu artista, autore, impresario in continua evoluzione. Si lasciò guidare in sperimentazioni infinite da un fattore spesso oggi in secondo piano: intuire i gusti e i desideri del pubblico. Alla sua base c’era una grande preparazione tecnica, e la capacità di formare e attrarre artisti di varia provenienza. Ma sopratutto la coscienza che per legittimare il circo era necessario avere uno sguardo sulle tendenze delle arti sceniche. La prima intuizione di Astley fu il bisogno di musica e teatralità. Quello che molti oggi cercano (con seminari, laboratori) lo si ritrova già dal primo circo della storia. Il circo, per quasi tutto il suo primo secolo di vita, fu concepito come l’unione tra pista e palcoscenico, in luoghi appositi della vita artistica urbana, e con l’apporto di tutte le competenze teatrali: drammaturghi, compositori, scenografi. Era una forma artistica che sapeva parlare all’attualità, con temi sociali, politici, di satira o ispirati a letteratura e mitologia. In ogni spettacolo di circo c’erano ampie sezioni a base teatrale/narrativa, ma non mancavano mai parti dedicate alla purezza e meraviglia dei “numeri” singoli. Si può dire che fino a circa il 1850, il circo fu una sintesi meravigliosa di quelli che oggi si definiscono (con forte approssimazione) “tradizionale” e “contemporaneo”. Ma la forma ha avuto mutazioni continue. Solo dopo il 1860 ad esempio iniziano a imporsi i numeri aerei, creando una forte rottura con la “tradizione” equestre. Un ventennio dopo le piste iniziano a riempirsi di animali esotici, dunque un altro elemento. Dopo il 1900, l’evoluzione del clown rende il circo ancora una volta “contemporaneo”, trasformando un variopinto buffone acrobatico in un personaggio capace di interpretare storie e satira. O ancora, é solo attorno il 1920 che si identifica il circo con lo chapiteau (pur presente da tempo) in un regolare sistema itinerante. Quello che definiamo come “circo tradizionale”, basato sui numeri vari svolti da famiglie, si afferma davvero nella prima parte del ‘900, ma con un parallelo innovativo in Unione Sovietica: qui sono quelle stesse famiglie italiane a “inventare” la nuova regia e drammaturgia che in Russia porterà all’invenzione della moderna pedagogia e regia circense. Dallo stesso patrimonio classico, d’altra parte, nasceranno nel 1974 in Francia le prime due scuole di circo occidentali. E il “Cirque du Soleil”, il modello per antonomasia di “nuovo circo”, ha ormai 35 anni, dunque uno dei circhi più “tradizionali” che esistano. C’é perciò una continua, secolare tensione tra le spinte creative del proprio tempo e le forme che per medi periodi si affermano con un codice costante, “tradizionale”, per poi essere rimesse in discussione. Ma niente é eterno, tutto in movimento finché esiste energia. E, soprattutto: niente é mai potuto esistere senza la comprensione e il rapporto con quello che c’era prima.